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GEA NEWS – La newsletter della cooperativa sociale GEA

NUMERO 4 – LUGLIO 2018

 

 

SOMMARIO

In questo numero:

– La sintesi degli interventi istituzionali al seminario “Sulla strada, la figura dell’avvocato volontario” dedicato alle attività dello Sportello Assistenza Legale a persone senza dimora e  in situzione di grave marginalità. Il convegno si è tenuto il 24 maggio scorso al Centro Culturale Kolbe

Nuove povertà ed emarginazione: lo Sportello  al servizio dei diritti fondamentali

a cura dell’avvocato Giorgia Masello, vice presidente di cooperativa socale Gea

La figura dell’educatore dello Sportello: l’approccio   psicologico fonfamentale alla presa in carico del legale

a cura di Pierpaolo Sante, Presidente Cooperativa Sociale Gea

Tra senso di impotenza e lotta contro le ingiustizie: il valore sociale dell’intervento dell’avvocato volontario

a cura dell’avvocato Letizia Rossini

– La tutela dell’assistito “di strada” e l’accesso al giudizio: gratuito patrocinio per i non abbienti e problematiche connesse

a cura dell’avvocato Claudio Marzullo

 

 

SULLA STRADA. “LA FIGURA DELL’AVVOCATO VOLONTARIO E L’ASSISTENZA LEGALE DI STRADA.

L’impegno professionale tra approccio psicologico e tutela dei diritti fondamentali dell’individuo”

 

di Nicoletta Benatelli

 

Un’avvocatura che riscopre il proprio ruolo sociale e si fa vicina agli ultimi.

E’ questo il sentire comune emerso dal convegno SULLA STRADA. “LA FIGURA DELL’AVVOCATO VOLONTARIO E L’ASSISTENZA LEGALE DI STRADA. L’impegno professionale tra approccio psicologico e tutela dei diritti fondamentali dell’individuo”, tenutosi il 24 maggio scorso al centro culturale Kolbe a Mestre.

Un’iniziativa con cui cooperativa sociale Gea ha voluto presentare gli esiti complessivi dell’attività svolta, a partire dal 2005, dallo Sportello Assistenza Legale rivolto a persone senza dimora o in situazione di grave marginalità.

L’iniziativa ha visto la collaborazione di Lions club Mestre Host, Centro Kolbe, Ordine Avvocati di Venezia con Camera Civile Veneziana e Camera Penale Veneziana “Antonio Pognici”, Fondazione Feliciano Benvenuti ed Ordine Giornalisti del Veneto.

 

Il professor Pizzigati: “Diritti di cittadinanza per ogni essere umano”

Non ha dubbi il professor Mauro Pizzigati da sempre sensibile al tema della difesa dei non abbienti. Il seminario ha affrontato in dettaglio molti aspetti tecnici ottenendo anche il riconoscimento di due crediti formativi per gli avvocati partecipanti. “Sono stato amico personale di Marco Giacomini, giovane avvocato che sapeva guardare lontano – ha ricordato il professor Pizzigati. – Abbiamo avuto un bel confronto nel 2005 in occasione dell’avvio dello Sportello e ho da subito sostenuto questo progetto. Oggi la soddisfazione è dedicare a Marco quest’incontro, che vede riuniti i rappresentanti di tutti gli organismi dell’avvocatura veneziana. Qui non ci sono parole di circostanza ma impegno concreto, valori ed ideali. C’è una differenza tra fare l’avvocato ed essere avvocato. Chi è avvocato svolge la professione mettendo al centro il proprio ruolo sociale, quel diritto alla difesa che è tra i principi cardine della nostra Costituzione.  Mi sento di apprezzare la testimonianza degli avvocati volontari che nel contesto dello Sportello si schierano dalla parte degli ultimi”

Per il professor Pizzigati nuove povertà ed esclusione sociale in continua crescita costringono ad aprirsi all’impegno sociale e civile. “Ci sono persone che non sono in grado di accedere neanche al Gratuito Patrocinio previsto dallo stato per i non abbienti – ha sottolineato il professor Pizzigati. – Persone la cui identità rischia di essere cancellata, se non si interviene per attivare i diritti fondamentali. Questo è il compito più importante che spetta a ciascun legale: permettere che i diritti di cittadinanza possano essere esercitati da ogni essere umano”.

 

Federico Lisiola, presidente Lions club Mestre Host: “Aprire lo Sportello anche ad ulteriori collaborazioni professionali”

Il convegno è stato promosso nell’ambito di una collaborazione consolidata con il Lions club Mestre Host che già nel marzo scorso aveva realizzato una serata di presentazione del progetto dello Sportello e avviato una raccolta fondi dedicata al sostegno del servizio che al momento è autofinanziato.

“Crediamo in questo progetto – ha affermato Federico Lisiola, presidente Lions club Mestre Host.

Soprattutto in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo. Mi permetto di suggerire anche la possibilità di ampliare i settori di tutela offerti attualmente dallo Sportello con l’aiuto di professionisti di altre discipline come i commercialisti, ma una funzione importante potrebbe essere svolta anche a medici e psicologi volontari”.

 

L’assessore Simone Venturini: “Valorizzare e sostenere lo Sportello di Gea”

Grande apprezzamento per l’attività svolta dallo Sportello è stato espresso anche da Simone Venturini, assessore alle Politiche Sociali del Comune di Venezia. “L’esperienza di cooperativa Gea è storica e ben visibile in città – ha detto l’assessore – anche per questo motivo l’Amministrazione Comunale vuole valorizzare questo progetto nell’ambito della riorganizzazione dei servizi per senza dimora o persona in situazione di grave marginalità. Abbiamo già investito circa 800 mila euro nell’ambito delle attività coordinate dalla Casa per l’Ospitalità. Il nostro obiettivo è sostenere le potenzialità residue di chi si trova in condizione di marginalità ed esclusione sociale”.

Paolo Chersevani, presidente Ordine Avvocati di Venezia: “Il ruolo strategico dell’avvocatura per la difesa dei più deboli”

E nello scenario di grave crisi che vede un italiano su tre a rischio di povertà ed esclusione sociale, anche Paolo Chersevani, presidente Ordine Avvocati di Venezia, ha confermato il ruolo strategico dell’avvocatura: “Dobbiamo rilanciare a tutto campo il ruolo sociale della nostra professione: il diritto alla difesa è infatti uno dei pilastri su cui si fonda la nostra Costituzione. Occorre ricominciare dalla tutela dei più deboli per riscoprire il senso più profondo del nostro mandato istituzionale”.

Renato Alberini, presidente Fondazione Benvenuti: “Rafforzare la democrazia solidale”

“Al centro deve sempre rimanere la persona umana – ha precisato l’avvocato Renato Alberini, presidente della Fondazione Feliciano Benvenuti che promuove cultura del diritto e iniziative di formazione per gli avvocati. – Noi siamo i custodi delle garanzie fondamentali sancite dalla Costituzione e dobbiamo offrire il nostro contributo. Si devono percorrere con impegno iniziative volte al rafforzamento della democrazia solidale in contrasto al primato attuale dell’economia e del mercato”.

Annamaria Marin, presidente Camera Penale Veneziana: “La figura di Marco Giacomini, un modello anche per i giovani avvocati”

Un ricordo particolarmente sentito riguardo alla grande umanità dell’avvocato Marco Giacomini – a cui è intitolato lo Sportello di Gea – è venuto dall‘avvocato Annamaria Marin, presidente della Camera Penale Venezia “Antonio Pognici”: “Marco è stato uno strenuo sostenitore della tutela delle persone più fragili, il suo impegno è stato concreto e forte. Alla sua memoria la Camera Penale ha voluto dedicare il corso di diritto minorile per giovani avvocati”.

Giorgio Battaglini, presidente Camera Civile Veneziana: “La lungimiranza di Marco Giacomini invita a nuovi impegni”

Anche la Camera Civile Veneziana ha onorato il ricordo di Marco Giacomini con l’intervento del presidente avvocato Giorgio Battaglini: “Marco aveva saputo guardare lontano, ha mostrato grande lungimiranza impegnandosi su frontiere difficili che ora presentano una crisi sempre più grave. La Camera Civile apprezza l’attività di Gea e rende disponibile a collaborare ad iniziative di solidarietà”.

Nuove prospettive di collaborazione con l’avvocatura istituzionale

L’avvocatura veneziana nel suo complesso ha mostrato riconoscenza e stima per la figura dell’avvocato Giacomini. All’evento è stata presente anche Edda, madre di Marco.

Gli spunti emersi dal confronto sono stati moltissimi e nei prossimi mesi saranno valutati possibili ampliamenti delle attività dello Sportello grazie al sostegno dimostrato dai rappresentanti dell’avvocatura istituzionale.

Il Centro Kolbe e la scuola di giornalismo Arturo Chiodi promotori di cultura

Va ricordato anche il ruolo di propulsore di cultura e solidarietà realizzato dal Centro Culturale Kolbe, svolto sotto la presidenza di Rossella Neri. Del Kolbe fa parte anche la scuola di giornalismo Arturo Chiodi di cui è coordinatore Alberto Laggia, di Famiglia Cristiana.

Gianluca Amadori, presidente Ordine Giornalisti del Veneto: “Il ruolo sociale del giornalista per inclusione sociale e comprensione dei fenomeni emergenti”

Anche l’Ordine dei Giornalisti del Veneto ha collaborato al seminario riconoscendo tra l’altro tre crediti formativi ai giornalisti partecipanti. Per il presidente Gianluca Amadori impoverimento progressivo e precarizzazione lavorativa ed abitativa delineano una emergenza molto grave nella società. Sono chiamati in causa anche i giornalisti, votati per dovere professionale, a raccontare la realtà circostante soprattutto negli elementi più scomodi. Il ruolo del giornalista è cruciale per favorire una comunicazione che abbia al centro la complessa realtà attuale e rispetto alla quale è necessario sviluppare percorsi di inclusione democratica ed approfondimento sistematico.

 


 

NUOVE POVERTA’ ED EMARGINAZIONE, LO SPORTELLO ASSISTENZA LEGALE A PERSONE SENZA DIMORA E IN SITUAZIONE DI GRAVE MARGINALITA’ AL SERVIZIO DEI DIRITTI FONDAMENTALI

 

a cura dell’avvocato Giorgia Masello, vicepresidente di cooperativa sociale Gea

 

Lo scopo del mio intervento è dare l’idea sintetica di cosa significa, nella prospettiva dell’assistenza a persone senza dimora o in situazione di grave marginalità, garantire la tutela e spiegare come i diritti inalienabili siano, in realtà, trasversali e possano riguardare ambiti diversissimi. Talmente diversi da permeare pressoché ogni aspetto della vita umana, anche se, di primo acchito, qualcuno potrebbe dire che la problematica non riguarda strettamente la violazione di un diritto fondamentale.

È noto il contesto nazionale (mi riferisco alla Costituzione italiana) ed internazionale (pensiamo al testo fondamentale della CEDU, che garantisce anche tutela giurisdizionale, ma non solo, il panorama è molto vasto) dei diritti inalienabili.

 

 La Dichiarazione universale dei diritti umani

Tutti noi sappiamo anche che il concetto moderno di diritti umani è emerso soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale con l’adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani nel 1948 da parte delle Nazioni Unite. Gli orrori che il mondo aveva vissuto hanno reso necessaria la creazione di uno strumento in grado di salvaguardare i diritti fondamentali e la dignità di ciascun individuo senza distinzione, cito: «di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione».

Come affermato, allora, dalla Commissione incaricata di redigere la Dichiarazione, il valore dei diritti umani si estende ben oltre le tradizioni occidentali e la tutela di tali diritti deve essere garantita a prescindere dal contesto in cui ci si trovi, che sia esso culturale, religioso o di qualunque altro tipo. Ecco: l’equivoco in cui mi sembra che spesso si cada è di pensare che i diritti fondamentali, inalienabili, dell’individuo risultino violati o messi in pericolo solo da quelle azioni (eclatanti, di grande risalto, anche mediatico a volte) che vengono poste in essere in determinati Paesi o in determinati periodi storici.

Le violazioni nascoste nelle pieghe della quotidianità

L’esperienza di avvocato volontario mi ha consentito, invece, di realizzare che la violazione dei diritti fondamentali dell’individuo è, per così dire, “nascosta” nelle pieghe della quotidianità. Cercherò di fornire qualche esempio, che di solito presento quando ho occasione di parlare delle nostre attività, perché sono convinta che parlare, e tanto, di questi argomenti ogni qualvolta si può, sia il modo migliore per sensibilizzare, per non dimenticare, oltreché per informare e dare, se possibile, una visione “alternativa” di come vanno le cose in questa nostra realtà di oggi. Vorrei proporvi, quindi, nient’altro che spunti di riflessione.

 

Il diritto alla difesa di chi è per strada o in situazione di grave marginalità

Il diritto alla difesa è sancito dall’articolo 24 della nostra Costituzione sul versante giudiziale. Ma, ci possiamo chiedere, nell’esperienza di ognuno di noi, l’avvocato serve solo in giudizio? Oppure serve anche prima, ed oltre, il giudizio?

Negli anni, ho realizzato che la persona di cui noi ci occupiamo non sempre, all’atto pratico, in grado di procurarsi un’assistenza tecnica. Per non dire che non lo è mai.

Mi basta sottolineare, molto meno tecnicamente ed in senso molto più lato, che l’assistito che vive per strada, o che risulta in condizioni di gravissima marginalità sociale, non è, spesso, nemmeno consapevole di avere un diritto da difendere: molto spesso non ha nemmeno la più pallida idea di come ci si possa approcciare alla difesa, e di come procurarsene una. E questo è una diretta conseguenza dell’esclusione sociale.

 

Esclusione sociale e fragile consapevolezza dei propri diritti

L’esclusione sociale porta a grandi lacune nella consapevolezza dei propri diritti, e ad altrettanto grandi lacune nella possibilità di ottenere tutela. Ci sono moltissime persone che non si avvicinerebbero mai ad uno studio legale, perché non sanno di poterlo fare. O perché, molto più semplicemente, si vergognano nel farlo. Da una condizione di esclusione prettamente “sociale” deriva quindi, evidentemente, l’impossibilità pratica di esplicitare un diritto fondamentale come quello ad avvalersi di una difesa tecnica.

Non solo e non tanto, nell’ambito di un processo, ma anche semplicemente, nell’accesso a tutte quelle fasi di assistenza che dev’essere tecnica, ma che vengono “sfumate” perché non fanno parte, a stretto rigore, di un giudizio. Pensiamo a tutte le fasi di mediazione civile, di negoziazione assistita, all’assistenza stragiudiziale, dove la difesa tecnica è necessaria ma difficilmente accessibile.

 

Il diritto alla dignità della persona

Pensiamo, sul versante privato, a tutte quelle persone che, fino a qualche tempo fa, avevano una casa, una famiglia, un lavoro. E che ora non hanno più nulla. Spesso non hanno il coraggio nemmeno di pensare di avvalersi di un legale, perché sanno già di non poterlo pagare. E rinunciano, così facendo, ad una parte corposa della propria tutela. In tutti questi casi, la tutela è negata alla base. E si abdica, così facendo, al primo diritto fondamentale dell’individuo: quello al riconoscimento universale della propria dignità di persona.

Per darvi un’idea trasversale delle problematiche connesse riprendo l’esempio che spesso mi trovo a fare e che rappresenta una problematica frequente, dalla quale si scatena una congerie pressoché inimmaginabile di problematiche connesse. Quella legata alla residenza.

 

Il diritto alla residenza

La residenza rappresenta un diritto spesso non esercitabile dai nostri assistiti. E la cosa che più rimane impressa è che, dalla violazione di una situazione giuridica soggettiva di base, verrebbe da dire ordinaria, discendano conseguenze impensabili. Chi non è un “addetto ai lavori” di frequente è portato a sottovalutare l’universo di problematiche sotteso alla mancanza di una cosa semplice, naturale per molti di noi, come la residenza anagrafica: che è presupposto necessario per la carta d’identità. Mancanza di carta d’identità significa, ad esempio, mancato accesso al lavoro.

Salto logico? Assolutamente no.

Mi spiego.

Ad oggi, le modalità di pagamento degli stipendi è scelta delle singole aziende, ma la congerie di norme impone normalmente i pagamenti tracciabili a mezzo bonifico bancario. E se io non posso aprire un conto corrente bancario perché non ho una carta d’identità, e non ce l’ho perché non ho una residenza, vuol dire che non posso avere accesso al lavoro.

È facile immaginare cosa questo significhi in termini di dignità dell’essere umano. Viene subito in mente la Costituzione.

 

Il valore della carta di identità

E consideriamo un altro versante: la carta d’identità, per chi, anche umanamente, personalmente, sente di non avere più un’identità, in qualche modo rappresenta il posto nel mondo che non si ha più. Rappresenta dignità. Non è un documento: è molto, molto di più. Per queste persone, recuperare la residenza e accedere alle operatività di base, spesso significa recuperare un bene prezioso: la propria dignità di persona.

Vorrei chiedervi un esercizio: proviamo, per un istante, a chiudere gli occhi, e a pensare a quante volte noi utilizziamo la carta d’identità nel nostro quotidiano. Pensiamo a quante volte ci viene chiesto qual è la nostra residenza. E pensiamo, per un istante, a quante cose ci sarebbero negate se noi non potessimo indicare la nostra residenza in un documento ufficiale.

 

Diritti di cittadinanza

La residenza continua, ininterrotta e documentabile sul territorio nazionale è requisito richiesto anche per accedere alla cittadinanza, in tutti quei casi in cui il soggetto abbia intenzione di richiederne l’attribuzione dopo aver perfezionato gli anni di permanenza sul territorio previsti dalla legge. Capita di vedere persone che hanno visto cancellata la residenza magari perché, per un tracollo di natura personale, non sono più riuscite a mantenerla attiva. Non potendo più pagare l’affitto, sono rimaste ospitate da amici, parenti, altro. Hanno vissuto per strada.

Il procedimento per l’attribuzione della cittadinanza prevede che si debba dimostrare anche l’adeguatezza del reddito utile al sostentamento, ma solo per gli ultimi tre anni d’imposta. Di conseguenza, capita che chi ha subito la cancellazione della residenza per un periodo, e magari in seguito è riuscito, anche con grande difficoltà, a reinserirsi, non possa dimostrare mediante una risultanza anagrafica certa e continua, la permanenza sul territorio per il tempo necessario. Questo costringe a supplire mediante altre fonti di prova, ma serve, ancora una volta, spesso l’assistenza del tecnico. Non si guarda al giudizio. Si guarda alla conoscenza degli elementi giuridici di base, che normalmente non sono risaputi.

 

Richiedenti asilo, residenza e carta d’identità

Soffermiamoci anche a pensare alle problematiche connesse alla carta d’identità, alla residenza cioè, con riferimento alla tematica dei richiedenti asilo.

Cerco di portarvi, con l’immaginazione, un po’ fuori dai concetti che oggi vanno per la maggiore, legati solo all’emergenza, per riportarvi ad un piano più curioso. Come professionista, e come vicepresidente di un ente che si occupa anche di migranti, ho avuto modo di confrontarmi direttamente con cosa significa, all’atto pratico, districarsi nel contesto normativo esistente per reperire la via d’uscita al fine di fornire la residenza in contesti (quali le case d’accoglienza, ad esempio) che non rientrano nel concetto normativamente previsto di “convivenza anagrafica” (che, per chi di voi non lo sapesse, è quel contesto in cui più persone si ritrovano a convivere nello stesso posto per le più varie ragioni, ed hanno, così, diritto ad una residenza “comune”: pensiamo alle case di riposo per anziani, ai conventi, alle caserme).

 

Diritti negati e marginalità

Ecco, queste convivenze sono disciplinate: le case di accoglienza per i migranti, no. Non del tutto. Con la conseguenza che si ricade sempre nello stesso problema: non c’è residenza, non c’è carta d’identità, non c’è accesso al lavoro, non c’è dignità personale.

Non c’è reinserimento della persona in un contesto virtuoso e di sviluppo.

E tutto, per un problema legato alla residenza anagrafica.

Ma questo non capita solo per i migranti.

Capita al richiedente asilo che vive per strada, magari da anni, e che non ha modo di vedere riconosciuta una propria residenza.

Capita a chi deve rinnovare il permesso di soggiorno, e magari è finito a vivere per strada.

Capita al senza fissa dimora, cittadino italiano, che per strada c’è finito perché ha un problema mentale.

Capita all’uomo, alla donna, cittadini italiani che vivono in strada, magari a seguito di qualche tracollo economico.

Capita al padre di di famiglia, cittadino italiano, che vive in macchina con la sua famiglia perché non ha più di che pagare la vita di tutti i giorni. Ma che magari lavora.

Capita a chi ha sbagliato…e non ha potuto contare su prove d’appello.

Capita. Molto più spesso di quel che si crede.

E se vi dicessi che lo sportello, oggi, si occupa molto più di italiani che di stranieri?

Che cosa dovremmo dedurne?

 

Diritto alla salute

La residenza serve anche per poter accedere alle operatività di base in materia sanitaria. Al di là dei casi di urgenza, c’è necessità di potersi accostare al servizio sanitario nazionale muniti di un valido documento. E anche qui, viene subito in mente la costituzione italiana. Breve ricerca, che ognuno di noi può svolgere anche in rete: per avere una tessera sanitaria serve un codice fiscale. Per avere un codice fiscale, ove non attribuito, serve un documento di identità valido. Se non c’è un documento di identità valido, non esiste possibilità di ricevere una tessera sanitaria.

Il problema della disponibilità di documenti, utili all’espletamento delle operatività di base in materia sanitaria sussiste.

 

La difficoltà o la rinuncia alle cure per motivi di reddito

E propongo un inciso: tanto più, ad oggi, drammaticamente, in un contesto ove si vive giorno per giorno la necessità di garantire cure sanitarie a chi non dispone di sufficienti mezzi reddituali per garantirsi cure adeguate. La formidabile palestra di studio che rappresenta e ha rappresentato, per me, lo sportello, mi ha consentito qualche anno fa di occuparmi della problematica dell’esenzione dal ticket per gli inoccupati. C’è stato un tempo (oggi, mi risulta che non sia più così) in cui gli inoccupati (chi non aveva mai lavorato: magari perché era finito per strada prima di potersi accostare al mondo del lavoro, o magari qualche care giver familiare, che aveva speso una vita ad occuparsi di un disabile in casa senza poter lavorare e poi, senza fonti di sostentamento, era finito ai margini della società) non poteva accedere alle esenzioni.

Avrei bisogno di almeno un pomeriggio di convegno per spiegarvi cosa comportava tutto questo.

Ma vi assicuro che è molto, molto, inquietante, o almeno lo è stato per me, leggere dati statistici in cui si enunciava una preoccupante rinuncia alle cure, da parte di chi, inoccupato, non poteva permettersi i farmaci.

Avevamo pensato, all’epoca, ad un ricorso alla Corte Costituzionale, in materia.

Possiamo renderci conto che non c’è cosa più trasversale, più diffusa, più problematica e più drammaticamente vicina al nostro quotidiano della violazione dei diritti fondamentali.

Interessano tutte le tipologie di soggetti, e tutti gli ambiti di intervento.

E la violazione dei diritti fondamentali crea sempre le stesse voragini nelle persone.

E non sono voragini che si possono riempire facilmente.

 

Storie di straordinaria umanità

E cosa significa, questo, per l’avvocato volontario?

Mi trovo a chiedermi che cosa significa, per chi fa il nostro mestiere di tecnici del diritto, affrontare l’assistito che vive in strada o chi, magari, è caduto per le ragioni più varie, nella grave, gravissima marginalità.

Mi trovo a chiedermi se il diritto dà sempre le risposte che chiediamo.

Mi trovo a chiedermi come possiamo concepire il nostro impegno professionale quotidiano, e quanto di quello che resta dal nostro impegno di avvocati volontari ricade inevitabilmente anche nella pratica professionale di ogni giorno.

Dopo tanto tempo, mi sono accorta che la visuale del professionista cambia. Cambia radicalmente.

E che si pone anche un problema più serio, secondo me operativo, di tecnica di difesa.

I nostri volontari di Sportello avrebbero centinaia di storie da raccontare. Ma se aveste modo di parlare con tutti, credo vi racconterebbero storie scollate da quello che, nell’immaginario collettivo, è il “senza tetto”, il “clochard”, il “senza fissa dimora” magari un po’ caratteristico: vi racconterebbero spesso di casi di persone di buona cultura, provenienti da una cerchia sociale anche prestigiosa: persone che avevano una vita, una dignità. E che poi, hanno perso tutto.

 

Il complesso rapporto con gli utenti dello Sportello

Per quanto mi riguarda, quasi sempre, occuparsi di problematiche tecnico giuridiche quando la persona che presenta il problema è marginalizzata, crea già di per sé un ambiente fumoso, non chiaro, all’interno della quale tutte le armi possono sembrare un po’ spuntate. Anche i tecnicismi più basilari. È difficile rapportarsi con un cliente tanto particolare come quello che, una volta, aveva ciò che normalmente si ha e che poi, per le più varie ragioni, non dispone più di ciò di cui disponeva prima.

Spesso, la difficoltà di rapporto con chi nega anche solo di aver bisogno di aiuto crea delle distanze che non sempre si sanano. Si chiede aiuto, ma, contemporaneamente, non si ha il coraggio di pronunciare la parola aiuto, o di porsi di fronte ai propri insuccessi, alle proprie sfortune. Talvolta, anche di fronte ai propri errori.

Questo pone di frequente la persona nella condizione di non essere aiutata, perché molte cose non si riescono a dire. Non si vogliono dire.

Dal punto di vista pratico, non si vogliono dare all’avvocato i documenti. Gli elementi per predisporre la difesa o, più spesso, anche solo un semplice consiglio tecnico, un orientamento di massima. Abbiamo visto tantissimi casi di separazioni che diventano problemi esistenziali, e che spesso sfociano in vere e proprie emergenze abitative. Abbiamo visto casi di sovraindebitamento causato da una totale incapacità di gestione del completo crollo della propria esistenza. Abbiamo visto reti familiari frantumate, veri e propri “rifiuti” di ammettere ed accettare la propria situazione. Abbiamo visto problematiche mentali nate a causa ed in concomitanza con il crollo della capacità economica. Abbiamo vissuto con i nostri assistiti difficoltà di comunicazione, mancanza di fiducia nello stesso avvocato a volte perché la marginalità fa perdere fiducia un po’ in tutto quello che circonda.

 

Il ruolo sociale dell’avvocato

Quando ho iniziato a rapportarmi con lo sportello, ero avvocato da qualche mese e guardavo con malcelata adorazione a chi, come Marco Giacomini, operava in quest’ambito, perché pensavo che incarnasse lo spirito stesso del nostro essere avvocati, per lo meno per come lo concepisco io, che ho sempre pensato che l’avvocato abbia, insita nella sua figura, una funzione e un ruolo, per così dire, sociale. Che è quello che io, personalmente, esprimo quando mi chiedono qual’è il mio mestiere: noi non facciamo gli avvocati. Noi siamo, avvocati.

Ho capito, però, dopo tempo con grande fatica, che dovevo prima di tutto sconfiggere i miei pregiudizi, e fare i conti con la mia tendenza, tipicamente da giurista, a ricacciare ed inquadrare le problematiche che mi si presentavano solo nelle categorie del diritto. Nella torre d’avorio, quella delle forme pure.

In tanti anni di rapporto con i soggetti in condizioni di marginalità mi sono resa conto che di puro, di chiaro, di immediato nelle problematiche di queste persone spesso c’è molto poco. Non c’è nulla di evidente, nulla che balzi agli occhi sin da subito. La grande sfida che abbiamo di fronte è proprio la ricerca del problema, nella nebbia del diritto negato: che offusca tutto, e che rende spesso difficile individuare la strada. La ricerca di un equilibrio costante fra l’empatia che serve per comprendere, e che spesso umanamente si crea, e la doverosa distanza del tecnico, che deve saper discernere, valutare, e talvolta, in scienza e coscienza, pronunciare pareri negativi, molto spesso a tutela dello stesso cliente. Che, però, a tali risposte, spesso ha la sensazione di scivolare nuovamente nell’invisibilità che ne contraddistingue la figura, e di essere stato, ancora una volta, tradito.

 

L’impegno professionale e l’empatia umana

Personalmente, come avvocato volontario, ho ricevuto più dalle persone che assistevo di quanto io sia mai riuscita a dare. Ho visto molte lacrime, ho stretto molte mani, ho ascoltato molte storie. Non una sola volta, ho avuto l’impressione, come professionista e come essere umano, di uscire da un colloquio con qualcosa in meno di quanto non avessi prima. Uscivo sempre con qualcosa di più. Sempre. Credo, personalmente (non pretendo che per tutti sia così, ma per me lo è stato) di aver capito davvero cosa significasse il mio lavoro di avvocato quando (e per un periodo è stato così) lo Sportello si svolgeva negli uffici adiacenti alle mense. Quando, uscendo dalle ore di Sportello, ero costretta a passare attraverso coloro che rimanevano per diversi minuti in attesa di un pasto. E ho cominciato a capire che qualche cosa non andava quando, in quel nutrito gruppo, hanno cominciato ad emergere persone vestite come me, uomini, donne, che rifuggivano il mio sguardo, quasi a far capire di essere lì per caso. Un occhio a me, e un altro alla sala calda che li attendeva.

Non so cosa ci lascerà alla fine quest’esperienza, non so dove ci porterà: so che quando penso allo Sportello, la cosa che mi piacerebbe di più al mondo, è vederlo chiudere, perché non ci sarebbero più persone da aiutare.

Ma ho l’impressione che non capiterà tanto presto.

 

La trasversalità dei diritti fondamentali negati

Credo, però, che la riflessione da operare, da ultimo, sia una: la trasversalità del diritto fondamentale negato è comune, può essere comune, quando meno ce l’aspettiamo, alla vita di tutti noi, anche quando non ce ne accorgiamo. Anche quando pensiamo che non sia così. Anche nelle piccole, piccolissime cose.

Come avvocato, posso dire che la professionalità di ognuno di noi, nelle più varie forme in cui questa si esplica, non sarà stata mai mal spesa se, alla fine di un percorso, mettendo a disposizione la nostra esperienza e la nostra formazione, avremo consentito ad un essere umano, anche nel piccolo, anche nell’insignificante piccolo di un caso fra migliaia, di recuperare un po’ della propria dignità perduta. Siamo sulla strada: continuiamo a camminare.

Perché siamo tutti, indistintamente, esseri umani. E un essere umano, come diceva Garcia Marquez, ha il diritto di guardare un altro essere umano dall’alto in basso in un solo, e unico caso: quando si appresta ad aiutarlo, a rimettersi in piedi.

 


 

LA FIGURA DELL’EDUCATORE DELLO SPORTELLO. L’APPROCCIO PSICOLOGICO FONDAMENTALE ALLA PRESA IN CARICO DEL LEGALE

 

a cura di Pierpaolo Sante, Presidente Cooperativa Sociale Gea

 

 

È di fondamentale importanza comprendere le ragioni del particolare approccio alla consulenza legale volontaria svolto dallo Sportello di Assistenza Legale Marco Giacomini, e quindi la filosofia di fondo sottesa alla struttura del Servizio che prevede, non solo la figura dell’avvocato incaricato, ma anche la presenza e l’ausilio, pressoché costante, dell’educatrice professionale nel percorso di consulenza e di assistenza fornito.

 

In aumento l’esclusione sociale con conseguenti problematiche anche tecnico giuridiche

Ad oggi, lo Sportello – di cui fondatore, assieme alla Cooperativa Sociale Gea, fu l’avvocato Marco Giacomini, a cui lo Sportello è intitolato – conta sull’attività volontaria di una decina di avvocati per questioni che spaziano dall’ambito del diritto civile e penale fino al diritto amministrativo. Negli ultimi anni, l’analisi dell’utenza del Servizio mostra con evidenza i segni di una forte modifica nella tipologia degli utenti, che sempre più risultano essere persone non solo senza fissa dimora, ma anche in condizioni di grave – talvolta gravissima – marginalità sociale. Lo sportello quindi, come primo obiettivo di intervento, punta a rinforzare prima di tutto l’esercizio dei diritti fondamentali della persona, cercando di porre un freno (ed una soluzione, ove possibile) agli effetti dell’esclusione sociale tra gli italiani ma anche tra gli stranieri. Va detto infatti che spesso l’esclusione sociale può tradursi in una problematica di carattere tecnico giuridico.

 

La tutela della dignità della persona umana

L’azione dello Sportello dunque punta a tutelare la dignità della persona umana e il libero sviluppo della stessa nelle formazioni sociali in cui la personalità si esplica, cercando di contrastare, sotto alcuni aspetti, anche i possibili peggioramenti delle condizioni di vita di soggetti che già si trovano in grave difficoltà, promuovendo in generale la limitazione di eventuali conseguenze, anche potenzialmente devianti.

 

Problematiche e peculiarità dell’utente “di strada”

Sin dalla nascita dello Sportello – quando a delinearne i contorni fu l’avvocato Giacomini unitamente agli operatori dell’allora servizio Percorsi di Accompagnamento per persone senza fissa dimora di Cooperativa Sociale GEA – il problema che si poneva all’evidenza era infatti di verificare di quale natura fosse il problema della persona che si rivolgeva al servizio. Tenuto conto, infatti, della peculiarità del cliente (un cliente “di strada”, spesso con storie personali e di vita molto particolari) ci si è resi conto sin da subito che non è sufficiente un approccio di carattere esclusivamente tecnico giuridico, perché il problema che la persona presenta, non si esaurisce solo all’interno di quest’ambito. E proprio per questo motivo, il legale può non essere (o ritrovarsi a non essere) preparato a gestire la problematica che gli viene sottoposta.

 

La figura dell’educatore professionale

Di qui la necessità – che si è subito sentita e che ha fatto da subito la differenza rispetto alla metodologia applicata dallo Sportello nell’approccio con l’utente che si rivela specifica rispetto ad altre esperienze nel settore. Lo Sportello di Gea si avvale della presenza della figura dell’educatore professionale che è in grado di procedere sin da subito ad un primo contatto con la persona. Ricordiamo che per mille motivi la persona, che contatta lo Sportello, può essere diffidente, difficile da avvicinare, restia a esporre la propria problematica. Sarà dunque l’educatore a valutare il caso ed eventualmente e “orientare” l’utente verso uno dei legali volontari.

 

La valutazione dell’educatore rispetto alle problematiche espresse

Nella filosofia dello Sportello, infatti, l’educatore dà corso al primo contatto (sono previsti degli orari di apertura due volte la settimana e una linea telefonica mobile dedicata) e procede ad una prima analisi del caso in una fase che non coinvolge il legale. Successivamente, l’operatore verifica:

  1. la possibilità dell’utente di accedere allo Sportello (sulla base delle condizioni personali rappresentate, il tutto con un minimo di elasticità, che è sempre necessario, e sulla base anche di una grande esperienza).
  2. la natura della problematica (ovverosia: la persona ha veramente bisogno di un legale, oppure il problema ha origini diverse?).

 

L’invio ai servizi sociali

Alcuni degli utenti necessitano primariamente di un’azione di orientamento ai servizi presenti nel territorio e quest’attività viene svolta dall’operatore di Sportello con formazione professionale specifica in merito a tali richieste e con rapporti consolidati con i referenti dei Servizi Sociali cittadini.

 

L’invio al legale competente

Solo all’esito di questa prima verifica, l’operatore invia la persona al contatto con il legale: viene compilata una scheda personale, con tutti i dati necessari ed una sintesi della problematica.

Viene individuato il legale più competente in materia (gli avvocati sono divisi per aree di competenza, e spesso seguono i casi in team di lavoro appositamente creati per i singoli casi) e viene fissato un primo appuntamento, sempre alla presenza dell’educatore. In seguito, se la questione, anziché esaurirsi in una semplice consulenza, richiede un intervento stragiudiziale (o, in rari casi, giudiziale) per risolvere il problema, l’avvocato è sempre coadiuvato dall’operatore, che rimane sempre il trait d’union fra utente, legale e Sportello, così da assicurare un approccio completo alla persona, in tutte le sue sfaccettature. Per questo motivo, si è pensato sin dall’inizio che il servizio di assistenza legale volontaria dovesse essere concepito come un modello composito, esportabile e adattabile alle più diverse circostanze.

 

L’educatore accanto al legale per l’approccio psicosociale

Il legale ha la possibilità, in questo modo, di avvalersi sempre dell’opera dell’educatore anche nel corso dei colloqui con la persona senza fissa dimora o in condizioni di grave marginalità, superando così difficoltà ed ostacoli tipo psico-sociale, che possono contribuire a rendere difficoltosa la comunicazione con l’assistito o la risoluzione del problema. E’ evidente, infatti, che l’avvocato non ha (a meno che non se la sia creata per esperienza o per formazione personale) una competenza pari a quella dell’educatore nel rapporto con la persona, perché opera professionalmente in settori diversi. Ne consegue che i profili psicologicamente più “critici” (ad esempio, per taluni utenti, l’affrontare la problematica in via diretta ed immediata, ma non solo: reperire i documenti, accogliere la persona in un clima di fiducia verso il professionista, ecc.) vengono affrontati direttamente alla presenza dell’educatore professionale. Il tutto ad esclusivo vantaggio dell’utente, e nella prospettiva di assisterlo nel modo più completo.

 

Accoglienza dell’utente e relazione empatica

Il lavoro di accoglienza è importante per tutte le organizzazioni che lavorano con le persone e lo è ancora di più per quelle il cui risultato è condizionato dalla collaborazione dell’utenza. Il processo di accoglienza concorre a definire l’immagine del servizio, il cui risultato dipende dalla relazione che si stabilisce tra l’educatore e l’utente.

Per accogliere è quindi necessario progettare e costruire un funzionamento organizzativo e predisporre spazi e tempi che consentano e favoriscano l’instaurarsi di una relazione empatica e di fiducia tra le persone, che aiuti a uscire allo “scoperto” e a far emergere in modo chiaro fatti ed esigenze.

 

L’analisi della domanda dell’utente

Lo Sportello è strutturato, quindi, in modo da verificare dapprima se la persona ha veramente una problematica di carattere giuridico oppure no. Spesso, infatti, la peculiarità di queste persone è quella di non portare pressoché mai una problematica definita, ma di celare, spesso, dietro questioni che apparentemente hanno una natura giuridico-tecnica, criticità di altro tipo, prettamente (a volte, esclusivamente) psicologiche.

 

Problematiche complesse all’origine di fenomeni come il sovraindebitamento

Pensiamo ad esempio, alle questioni legate al sovraindebitamento (un argomento che, negli ultimi anni, si presenta frequentemente allo Sportello). Difficilmente un utente in condizioni di grande marginalità sociale è in condizioni di spiegare le ragioni che hanno portato ad una situazione di sovraindebitamento: spesso al primo contatto con l’educatore si presenta una persona che richiede l’intervento in apparenza per una problematica di carattere giuridico-tecnico, cioè una situazione di sovraindebitamento da risolvere (ad esempio finanziamenti contratti in successione e mai completamente onorati nei piani di rientro). Ma spesso, però, attraverso il dialogo e l’indagine personale, emerge una situazione molto più complessa che è meritevole di essere portata all’avvocato incaricato perché abbia tutti gli strumenti per una completa disamina del caso.

 

Il percorso per la nomina di un amministratore di sostegno

Nel tempo ci siamo trovati di fronte a situazioni personali legate al gioco d’azzardo, che spesso è espressione di un disagio personale più profondo, o addirittura a situazioni di sovraindebitamento legate a situazioni familiari e personali difficili, qualche volta a patologie di natura psichiatrica. Quando si presentano questi casi – e capita con una certa frequenza, se pensiamo alla peculiarità dell’utente “di strada” – l’opera dell’educatore è fondamentale e, nella filosofia dello Sportello, determinante. L’approccio psicologico ed educativo si pone in via trasversale ed aiuta, da un lato, il legale ad inquadrare meglio la problematica e le soluzioni possibili (quando ci sono); dall’altro lato, aiuta l’educatore a comprendere, fin dal principio o, a volte, dall’esito di un secondo incontro, quale sia il vero problema della persona e indirizzarla di conseguenza (magari la gestione della crisi da sovraindebitamento dovrà essere accompagnata dalla nomina di un amministratore di sostegno, in quanto il soggetto non rispetterebbe mai un piano di rientro, contraendo immediatamente un altro finanziamento e compromettendo, così, ancora di più la sua situazione).

 

Il sostegno dell’educatore per il recupero e la disamina dei documenti dell’utente

Un altro esempio di situazione in cui l’educatore è determinante nella gestione del caso si verifica quando l’utente si rifiuta (per ragioni che non sono riconducibili a nessun problema effettivo e reale ma solo ad un atteggiamento di negazione) di portare i documenti utili alla disamina del problema. Questo può accadere per molteplici ragioni ma, nel caso in cui il rifiuto sia motivato da un approccio personale strettamente inerente il problema (non voler far sapere come sono andate veramente le cose, timore che i documenti possano essere utilizzati in un modo che l’utente non condivide o non comprende appieno, o più semplicemente vergogna nel far comprendere a chi dovrebbe aiutare a risolvere il caso  le ragioni che hanno portato ad una situazione che può risultare compromessa), l’educatore aiuta a fare i giusti passaggi per raggiungere lo scopo e arrivare alla soluzione evitando una mancanza di tutela per queste persone, seppure determinato da una loro precisa volontà e da un loro atteggiamento, per così dire “sbagliato” rispetto al problema.

In terzo luogo, l’educatore riveste n ruolo cruciale nel caso in cui sia necessario per la persona “ricostruire” il proprio percorso di vita e “seguire” il legale volontario di Sportello che si occupa del caso in una serie di passaggi volti a risolvere la problematica.

 

Tra i casi emergenti, sempre più persone per strada a causa della crisi

Questo approccio di carattere educativo e psicologico si è rivelato molto utile nell’affrontare casi che ricadono in quella che noi chiamiamo la “zona grigia”, e che riguarda i soggetti in condizioni di grave marginalità sociale. E’, infatti, un fenomeno sempre più frequente che allo Sportello si presentino persone che fino a poco tempo fa avevano un lavoro, una casa, una famiglia. Persone che si sono ritrovate al di fuori dei loro normali “circuiti” di vita, e per le quali, spesso, è difficile riuscire ad approntare una difesa completa (non è infrequente veder pervenire richieste di assistenza da soggetti che hanno uno stipendio, magari molto basso, completamente “mangiato” dai debiti e che quindi sono costrette a non potersi avvalere del gratuito patrocinio, perché non ne hanno i requisiti, ma che ricorrono alle mense per poveri, non potendo più contare sul minimo necessario. Anche per questi casi limite, “borderline”, per così dire, si impone una riflessione di tutti noi. Spesso, queste persone sono quelle che incontrano le maggiori difficoltà nell’esporre la loro problematica, nel concepire la necessità di avere bisogno di aiuto ma di non poter ricorrere ai canali ordinari per ottenerlo. Per contro, sono spesso le persone che hanno maggiore bisogno di aiuto perché non accettano (o non riescono ad adattarsi) alla loro nuova situazione (con conseguenti problematiche che possono, anche, sfociare apertamente in qualche patologia). È in questa prospettiva, e nella speranza di offrire a queste persone la migliore assistenza possibile, che lo Sportello ha deciso di strutturarsi in modo da fornire prima di tutto professionalità nell’approccio e, in secondo luogo, continuità e solidità nella complessiva gestione del caso.

 


 

TRA SENSO DI IMPOTENZA E LOTTA CONTRO LE INGIUSTIZIE, IL VALORE SOCIALE DELL’INTERVENTO DELL’AVVOCATO VOLONTARIO

 

a cura dell’avvocato Letizia Rossini

 

Io ho sempre ritenuto che la professione di avvocato avesse uno spiccato lato umano.

Il professionista legale spesso si trova ad incontrare storie, di tutti i tipi, che hanno ingenerato confitti, e deve trovare una soluzione che tenga conto di questa complessità a favore del proprio cliente.

Ogni avvocato può indossare la toga del leguleio e trovare una soluzione tecnicamente ineccepibile, ma spesso le armi più efficaci sono quelle della mediazione e del buonsenso, che trovano le loro radici nella conoscenza della natura umana.

 

Il difficile ascolto della persona e delle sue sofferenze

Ebbene, la mia esperienza nell’ambito dello Sportello Assistenza Legale è in questo senso emblematica. Perché in questo ambito la necessità di profonda conoscenza degli esseri umani da parte del legale è moltiplicata in modo esponenziale.

Pesante infatti è il carico di sofferenza che le persone senza dimora o in situazione di grave marginalità, avendo fatto sulla propria pelle esperienze estremamente difficili, portano con sé.

Spesso i volontari dello Sportello Legale più che fornire un parere giuridico devono stimolare l’intervento di strutture amministrative o servizi sociali. A volte servirebbe invece il sostegno di uno psicologo o di uno psicoterapeuta

Poiché ho iniziato da poco l’attività di legale volontario allo Sportello, non molti sono i casi dei quali posso raccontare, ma posso confermare che tutti richiedevano quel di pù di attenzione necessaria per entrare in contatto prima di tutto con la persona che chiede aiuto.

 

Il caso di una donna disabile tra diritto e giustizia

Il primo intervento che ho svolto prevedeva una consulenza ad una signora disabile grave, che da poco ha perso la madre, unica persona con la quale ha avuto una relazione di sostegno reciproco.

Il passato professionale e lo spirito battagliero di questa persona si accompagnava ad una storia di vita molto travagliata. Tutti i problemi che quest’utente ha posto alla nostra attenzione riguardavano aspetti fondamentali della vita, e il soddisfacimento di bisogni primari: l’abitazione, che oltre ad essere disponibile, deve anche essere adatta alle esigenze dell’individuo; il dolore per la perdita di una persona cara, la madre, che riteneva non essere stata adeguatamente curata; la perdita di una eredità che avrebbe potuto risollevarla economicamente fornendole una fonte di integrazione alle sue entrate e che le avrebbe consentito di essere maggiormente seguita nella vita di tutti i giorni; i problemi tecnici di una carrozzina che è l’unico mezzo che le consente una piccola autonomia; l’assistenza domiciliare che, nonostante le fosse stata fornita in un numero di ore consistente (6 ore settimanali), non soddisfaceva completamente le sue esigenze.

Le esigenze erano fondamentali, le sue richieste pressanti, ma i mezzi con i quali si tentava di sopperire non erano mai soddisfacenti.

 

Solitudine e sofferenza. In sostanza ci trovavamo di fronte una persona sola – il cui unico legame significativo si era concluso in modo drastico – afflitta da una grave e progressiva forma di disabilità che le impediva di svolgere gran parte delle attività che tutti noi diamo per scontate, e che non era riuscita ad accettare la propria condizione.

Quello che io percepivo era una rabbia, profonda non tanto contro le singole ingiustizie che sottoponeva alla nostra attenzione di volta in volta, ma una rabbia contro un destino terribile.

Può capitare a chi offre assistenza legale di sentirsi impotente. Tanto più ci si aggrappa alle proprie conoscenze per dare una risposta, tanto meno se ne troverà una, perché non è realmente quello che cerca la persona.

In questo caso la soluzione non era alla nostra portata. Probabilmente la signora, che ci richiedeva continuamente degli incontri, che duravano parecchie ore, aveva il bisogno fondamentale di essere ascoltata, cercava la risposta ad una domanda che non era risolvibile da un avvocato.

Mi ricordo anzi che nel corso di uno dei nostri incontri le ho spiegato che non sempre la giustizia e il diritto sono concetti coincidenti, e anche se riteneva di essere vittima di un’ingiustizia la risposta non sarebbe stata trovata nel diritto.

Il nostro rapporto si è concluso tristemente, mettendoci di fronte all’incompiutezza di un caso che avrebbe necessitato una presa in carico globale dell’essere umano.

 

In aumento i casi di indebitamento

Altri casi nei quali mi sono imbattuta, nell’ambito dei quali la componente umana ha avuto un peso altissimo, riguardavano persone che si trovavano in situazione di eccessivo indebitamento. Si tratta di casi sempre più frequenti ai giorni nostri.

 

Il fenomeno emergente della ludopatia

Il primo riguarda un caso di indebitamento da ludopatia. La persona al momento si è rivolta ad una associazione per essere supportata nella sua scelta di uscirne, rivolgendosi a noi per poter avviare le procedure (concorsuali o di esdebitazione) presso gli uffici giudiziari competenti.

Purtroppo, finché non è terminato il processo di guarigione dalla ludopatia, per il debitore farsi carico di un piano di rientro, che non sarà in grado di onorare, risulta ancora più compromettente. Pertanto, la strada giuridica non è percorribile fintanto che non è conclusa la parte terapeutica. Sappiamo bene quanto tutte le forme di dipendenza siano infide, e comportino grosse problematiche in diversi ambiti.

 

Debiti contratti anche in conseguenza di malattie mentali

In altri casi il sovraindebitamento egli utenti che si sono rivolti allo Sportello è causato da problemi dovuti a gravissime questioni come l’impossibilità di lavorare perché si tratta di soggetti affetti da malattie anche mentali. In questo caso i debiti divengono una sorta di mostro che minacciosamente incombe su una persona che non riesce a fare altro che subirli, dato che l’importo è tale che neppure campando cent’anni riuscirebbero mai a pagarli.

 

Un caso risolto: il ritiro della richiesta di riscossione a una persona senza dimora degli arretrati per la tassa sui rifiuti

Infine, c’è un caso che posso raccontare con una certa soddisfazione perché è giunto a conclusione.

Ad un utente dello Sportello era stato notificato dall’ente preposto un atto di riscossione per l’imposta dei rifiuti non pagata in relazione alla casa in cui risultava residente, mentre in realtà invece era detenuto in carcere.

Nessuna lettera inviata dal nostro Sportello, nessun certificato rilasciato dal Penitenziario che confermava il periodo di detenzione, erano riusciti a far desistere gli uffici, dell’ente che aveva richiesto la riscossione, anzi i vari uffici, a cui ci eravamo rivolti, si rimpallavano la competenza.

Anche in questo caso più che gli strumenti giuridici hanno funzionato gli interventi avviati verso uffici che ritenevo potessero comunque risolvere la situazione. È stato determinante il fatto, aldilà della evidente contraddizione dei fatti, lo status di senza fissa dimora di questa persona, che avrebbe comunque reso inutile qualsiasi procedura esecutiva.

 


 

LA TUTELA DELL’ASSISTITO “DI STRADA”. L’ACCESSO AL GIUDIZIO: GRATUITO PATROCINIO PER I NON ABBIENTI E PROBLEMATICHE CONNESSE

 

a cura dell’avvocato Claudio Marzullo

 

Vorrei fornire degli spunti di riflessione riguardo alla valutazione dei requisiti per accedere ai servizi di assistenza e di difesa legale che sono forniti dallo Sportello.

Il punto di partenza di questi ragionamenti è proprio il regolamento di presa in carico e gestione dei singoli casi da parte di noi avvocati volontari dello sportello. Lo Sportello offre assistenza legale e difesa in giudizio – laddove si dimostri strettamente necessaria – a persona in condizioni di difficoltà economiche, marginalità sociale e / o senza fissa dimora.

 

L’accesso ai servizi dello Sportello: la disamina dello stato reddituale e patrimoniale dell’utente

L’operatore dello Sportello si occupa di valutare e di capire se la persona, che si rivolge allo Sportello per accedere ai relativi servizi, sia e versi appunto in stato di difficoltà economica e cioè se sia totalmente priva di mezzi economici propri, se sia in uno stato di marginalità sociale ed eventualmente se sia senza fissa dimora.

I criteri che stanno alla base di questo tipo di valutazione sono criteri di preferenza sostanziali piuttosto che formali, ciononostante l’operatore fa anche una verifica dello stato patrimoniale e reddituale della persona, valutando quindi se essa possa disporre di mezzi economici propri, se abbia delle fonti di reddito autonome o derivanti da familiari conviventi. Quando la persona che si rivolge allo Sportello sia invece – in maniera permanente, o prolungata in modo significativo- ospite di strutture di accoglienza (come asili notturni, gruppi appartamento, o case famiglia), la valutazione svolta dall’operatore diviene più elastica, nel senso che la sola situazione di non avere una propria dimora (che sia di proprietà o che sia in locazione è indifferente) – ma di avvalersi dell’ospitalità di queste strutture apposite – fonda una presunzione per cui la persona sicuramente non può disporre di redditi propri sufficienti ad accedere a un’assistenza legale presso uno studio legale privato.

 

La verifica costante della permanenza dei requisiti presentati dagli utenti dello Sportello

Spetta all’educatore, ma anche all’avvocato, rinnovare questo tipo di controlli e di valutazioni sulla persistenza dei requisiti per accedere al servizio offerto dallo Sportelo nel tempo, perché la finalità è quella di continuare a fornire un servizio a chi effettivamente ne ha bisogno e a chi soprattutto non può permettersi di avere lo stesso servizio attraverso altri canali e cioè di contattare uno studio legale. E’ chiaro che miglioramenti delle condizioni economiche dell’utente nel tempo potrebbero invece permettergli di non avvalersi più dell’opera dello Sportello e di rivolgersi altrove (ad esempio a studi professionali privati).

In ogni caso si vuole evitare che usufruiscano dei servizi dello Sportello persone che potrebbero benissimo permettersi di accedere a servizi a pagamento in quanto l’impegno dello Sportello sarebbe deviato a possibile detrimento di utenti sprovvisti di mezzi e in possesso dei requisiti per accedereai servizi previsti dallo Sportello.

L’attività stragiudiziale fornita dagli avvocati dello Sportello

L’attività stragiudiziale fornita dall’ avvocato volontario dello Spal è fornita prettamente dallo Sportello.

Fatta questa doverosa premessa – e avendo confrontato, da una parte, le caratteristiche degli utenti dello Sportello negli ultimi anni e, dall’altra, le esperienze professionali e personali di noi avvocati volontari – abbiamo sentito, con sempre maggiore urgenza, la necessità di fare chiarezza sugli evidenti e gravi mutamenti della società e delle condizioni economiche che spingono le persone a chiedere l’aiuto dello Sportello.

 

Fenomeni emergenti: grave marginalità ed esclusione sociale in aumento

Dall’inizio degli anni 2000 – quando sempre per iniziativa dell’avvocato Giacomini si era dato vita ad attività di ausilio alle persone senza fissa dimora, faccio riferimento a Decimo binario – la distribuzione del disagio economico e della marginalità sociale si sono tristemente evolute fino a includere categorie di persone che all’epoca non poteva nemmeno immaginare che sarebbero state colpite. Sto parlando più precisamente di una grossa fetta di popolazione adulta italiana, la quale, formalmente e da un punto di vista prettamente contabile, avrebbe delle soglie di reddito che da sole consentirebbero loro un tenore di vita più che dignitoso e che le escluderebbe dall’ accesso ai servizi dello Sportello, ma che in realtà vivono in uno stato sempre crescente di difficoltà economiche ed emarginazione sociale per i più svariati motivi.

 

Caratteristiche dell’utenza: le nuove povertà della popolazione italiana

Verrebbe forse più facile a questo punto pensare alla grande abbondanza di immigrati e di richiedenti asilo che si sono riversati in Italia e che tentano di rifarsi una vita qui o in altri paesi d’Europa, rimanendo in Italia o comunque a Venezia e provincia soltanto di passaggio, e che sotto gli occhi di tutti versano in condizioni di marginalità sociale.

Mi riferisco invece a persone che, ad esempio, devono affrontare gravi situazioni debitorie, oppure sono costrette ad affrontare nuovi regimi di spesa che sono più ingenti delle loro possibilità economiche, oppure ancora persone che devono spendere la grande maggioranza dei loro introiti per affrontare e sostenere delle cure per la loro salute fisica e mentale.

 

Dal 2015 gli italiani al primo posto tra gli utenti dello Sportello

Si è visto infatti dopo il 2015 e fino ad oggi che gran parte dei casi seguiti dallo Sportello riguardano persone di nazionalità italiana che, a causa della crisi economica, hanno perso il lavoro e conseguentemente molte volte hanno perso anche la casa, vedendo quindi sommarsi al fattore della grave difficoltà economica e anche quello dell’emarginazione sociale.

Accanto a questi casi ci sono persone per le quali improvvisamente il reddito non è più sufficiente poiché, a seguito di separazione o di divorzio, si trovano a dover affrontare la spesa per un nuovo alloggio in locazione e a versare i contributi per il mantenimento dei figli minori o del coniuge economicamente più debole.

Altre volte ancora non sono infrequenti i casi di persone affette da patologie psichiatriche, in cura presso i centri di salute mentale, o anche in carico ai servizi sociali, i quali oltre all’acquisto di medicinali che non vengono forniti dal servizio sanitario nazionale, devono seguire delle terapie frequentando centri diurni o  strutture apposite dove seguono dei percorsi riabilitativi e che funzionano come  gruppi appartamento o  comunità alloggio per le quali è necessario pagare una retta mensile.

In questi casi, anche con la compartecipazione del Comune di residenza, il soggetto interessato è chiamato a sostenere una grossa fetta degli importi richiesti da queste strutture e di conseguenza le entrate mensili (volutamente non parlo di reddito, perché spesso sono costituite anche soltanto da emolumenti di tipo assistenziale come la pensione di invalidità INPS o l’indennità di accompagnamento per l’invalidità civile) diventano del tutto insufficienti per fornire un tenore di vita quantomeno dignitoso. Si possono fare tantissimi esempi di questi casi e preme evidenziare come si tratti di realtà non solo grandemente diffuse, ma anche molto vicine a noi.

 

Lo scenario nel nostro territorio: situazioni estremamente critiche e sempre più diffuse

L’attività svolta dallo Sportello riguarda persone che abitano a Mestre o nelle immediate vicinanze. Sembra quindi che queste diverse forme nuove di povertà siano particolarmente ramificate e serpeggianti come un rischio di contagio di una malattia che si diffonde. Svolgendo anche attività di amministratore di sostegno ho seguito personalmente casi di questo tipo.

Il caso di una persona inabile al lavoro a causa di un disturbo della personalità

Posso fare l’esempio di un signore che abita nella provincia di Venezia il quale, essendo figlio unico, alla morte dei genitori ha ereditato dei terreni e alcune case. Da un punto di vista contabile e reddituale, questa persona poteva essere considerata appartenente al ceto medio ed era chiamato a pagare a pagare la tassa Imu in forma piuttosto ingente per le seconde.

La verità è che questa persona – a causa di un disturbo della personalità di tipo psichiatrico – è inabile al lavoro e dunque, pur essendo titolare di questi beni immobili, non può permettersi di pagare le tasse correlate ai patrimoni perché non percepisce alcun reddito da lavoro. Alla fine, abbiamo trovato uan soluzione: gli immobili in gran parte sono stati venduti, e oggi questa persona ha ricavato un po’ da parte per poter vivere dignitosamente.

 

Le difficoltà economiche di una persona che paga la retta per la comunità di cura e il mantenimento dei figli minori

Altro esempio è il caso di un altro signore del territorio veneziano, di età inferiore ai 60 anni, che ogni mese percepisce una somma pari a circa 1600 euro.

Poiché anche questa persona è affetta da patologie psichiatriche ed è in cura presso un centro di salute mentale, egli è ospite in un gruppo appartamento di cui paga la retta regolare. Dopo aver pagato la retta mensile, egli deve versare il contributo al mantenimento per i due figli, come stabilito dal Tribunale di Venezia in sede di giudizio di separazione. Questa persona rimane tutti i mesi con un netto pari a circa 300 euro con cui in teoria deve gestirsi le proprie spese personali.

É importante evidenziare che il Comune di residenza compartecipi al pagamento delle spese sanitarie e, nonostante ciò, le disponibilità economiche di questa persona sono ridotte letteralmente all’osso tutti i mesi.

 

L’assistenza alle persone che presentano problemi economici di varia natura

Alla luce quindi dell’esistenza di questa categoria di persone che si trovano in una “zona grigia” ci siamo posti spesso in maniera concreta e attuale il problema di come valutare la loro condizione economica effettiva alla stregua anche della disciplina sul gratuito patrocinio a spese dello stato, al fine di poter estendere l’attività dello Sportello e di non doverci trovare ad opporre un rifiuto alle richieste di aiuto che ci arrivano numerose.

 

La normativa sull’accesso al Gratuito Patrocinio

Prendiamo in considerazione quindi la disciplina dell’accesso al Gratuito Patrocinio. Essa è contenuta nel DPR n. 115 del 2002 e stabilisce che il Gratuito Patrocinio è un beneficio di cui possono avvalersi le persone – il cui reddito risultante dalla ultima dichiarazione depositata prima di fare l’istanza di ammissione – sia inferiore a 11.521 euro.

Tale beneficio si concretizza nella difesa legale nei processi civili e penali.

Il concetto espresso in questi termini può far apparire la disciplina di questo istituto come qualcosa di astratto e molto rigido nella verifica dei requisiti per l’accesso.

 

La giurisprudenza sul Gratuito Patrocinio

In realtà la legge è formulata in modo piuttosto elastico ed anche lungimirante, almeno nelle intenzioni del legislatore. Difatti attraverso una copiosa giurisprudenza, anche recente, della Corte di Cassazione, dei Tribunali di merito ed anche attraverso alcune pronunce della Corte Costituzionale, sono stati introdotti dei correttivi e delle interpretazioni del Testo Unico che lo rendono molto più inclusivo ed applicabile a varie situazioni.

L’istituto copre soltanto l’attività giudiziale e ne risultano formalmente escluse tutte le attività stragiudiziali, parlando dell’ambito del civile, a meno che non siano strettamente strumentali e prodromiche al procedimento civile, in esecuzione del mandato difensivo conferito all’avvocato. Mi riferisco in particolare agli istituti della negoziazione assistita e della mediazione obbligatoria, quando siano individuati dalla legge come condizioni di procedibilità rispetto all’iniziativa giudiziale.

 

L’esame delle condizioni di reddito per l’accesso al Gratuito Patrocinio

Il risultato di questa interpretazione giurisprudenziale, se, da un lato, estende l’operatività di questo istituto, dall’altro, si dimostra insufficiente, tenuto conto delle esigenze e delle richieste delle persone che si rivolgono allo Sportello. In particolare, il requisito della soglia di reddito richiesta dalla legge è stato oggetto di diverse interpretazioni della giurisprudenza che hanno consentito a questo istituto di essere applicabile anche nei casi in cui il soggetto, che ne faccia richiesta, abbia una soglia di reddito superiore a quella sopra indicata.

 

La valutazione delle variazioni di reddito. È specificato in modo molto chiaro che l’autorità deve decidere sull’ammissione tenendo conto di tutte le variazioni del reddito, sia in aumento sia in diminuzione, che si manifestano, dal momento della presentazione della dichiarazione dei redditi fino al momento dell’ammissione al gratuito patrocinio e per tutta la durata del procedimento giudiziale.

Il soggetto ammesso al beneficio quindi dovrà informare puntualmente l’autorità competente con precisione riguardo tutte le variazioni del proprio reddito.  In special modo, nel caso in cui si verifichino delle diminuzioni di reddito, la persona che ha richiesto il beneficio, dovrà dare una idonea prova documentale di queste variazioni.

 

Le voci di reddito da includere. Contemporaneamente l’articolo 76 del Testo Unico stabilisce in modo dettagliato quali siano le voci di reddito che vadano incluse nel conteggio, sempre ai fini dell’ammissione a tale beneficio, e le voci di reddito che invece devono esserne escluse.

Soltanto a titolo esemplificativo, devono essere incluse nel conteggio le somme corrisposte a titolo di tfr; le somme percepite a titolo di risarcimento danni; i redditi dei familiari che siano conviventi stabilmente, anche nel caso di famiglia di fatto, o anche nel caso in cui non si parli di parenti o di coniugi ma di persone che comunque convivono stabilmente. Vanno inclusi nel conteggio anche i redditi derivanti dal possesso di proprietà immobiliari (anche acquisite illecitamente), e comunque tutte le somme percepite tramite lo svolgimento di attività criminosa.

 

Le voci di reddito da escludere. Devono essere escluse dal conteggio invece le somme percepite a titolo di indennità di accompagnamento per l’invalidità civile, perché sono corrisposte in considerazione della disabilità del beneficiario. Sono esclusi anche i redditi percepiti dal coniuge divorziato, proprio perché il divorzio elimina l’obbligo di coabitazione.

Vediamo quindi che la legge sul gratuito patrocinio è interpretata correntemente dalla giurisprudenza nel senso di renderla applicabile al maggior numero possibile di casi, questo perché essa tende a tutelare un diritto costituzionalmente garantito, il diritto alla difesa in giudizio.

 

L’esclusione dal Gratuito Patrocinio per attività stragiudiziale

Si dimostra di facile applicazione pratica questa disciplina, nel momento in cui l’operatore dello Sportello valuta le condizioni economiche del possibile utente al fine della sua presa in carico? Purtroppo, ci tocca dire poco e male. Infatti, nella maggioranza dei casi le persone che si rivolgono allo Sportello non hanno i requisiti di reddito per essere ammessi al Gratuito Patrocinio, o spesso, pur avendoli, ne rimangono esclusi. La grandissima maggioranza delle attività richieste a noi avvocati volontari si traduce infatti in attività stragiudiziale, non necessariamente prodromica all’instaurazione di una causa. Si tratta infatti di attività di consulenza e informazione giuridica, di orientamento, o anche di orientamento agli uffici e servizi della Pubblica Amministrazione o della redazione di brevi istanze.

 

Utenti dello Sportello esclusi dal Gratuito Patrocinio

Rispetto a questo panorama, indipendentemente dalla soglia di reddito, tutti coloro che bussano alla porta dello Sportello sono esclusi dalla ammissione al gratuito patrocinio, che, come detto, riguarda la difesa prettamnte giudiziale. Le persone appartenenti alla cosiddetta “zona grigia” – laddove avessero bisogno di essere assistite in un giudizio – difficilmente potrebbero accedere al beneficio del Gratuito Patrocinio, in quanto la dimostrazione concreta delle diminuzioni patrimoniali, o del fatto che, a dispetto del dato contabile, le loro entrate sono in realtà sotto la soglia degli 11.521 euro, diventa particolarmente complicata e richiede parecchio tempo. Inoltre, bisogna dire che questi soggetti sono vittima, non solo di condizioni economiche disagiate, ma anche di una forma di esclusione sociale.

 

Le difficoltà di accesso allo Sportello per persone in situazione di povertà e marginalità

Va segnalato che molti utenti – che non appartengono più, per diverse ragioni, ceto medio – sono portate a chiudersi in sé stesse, a vergognarsi di far trasparire le loro difficoltà economiche ed a rimanere lontani da un circuito di informazione che consenta loro di entrare in contatto con lo Sportello.

A maggior ragione questo circolo vizioso si ingenera quando a trovarsi in stato di bisogno sono quelle persone già emarginate poiché affette da disturbi psichiatrici, e che quindi, se non opportunamente guidate. non sono in grado neanche di accedere a servizi di aiuto e di sostegno.

Ecco, abbiamo quindi una casistica piuttosto nutrita e diffusa di persone per le quali, al momento in cui si rivolgono allo Sportello, un criterio di valutazione espresso in linea teorica dal Testo Unico sul Gratuito Patrocinio – nonostante le importanti previsioni inclusive ed estensive della legge e dell’interpretazione giurisprudenziale – si dimostra del tutto inadeguato rispetto alle tangibili ed evidenti situazioni di difficoltà economica e di marginalità sociale descritte.

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